Alcide Pierantozzi -
Provate ad ascoltare L’amore e la violenza in una giornata di pioggia in cui magari siete tristi. I Baustelle non vi metteranno certo allegria, non sono mai edificanti. Però quella giornata triste, l’acqua che scivola lungo i vetri marcando il territorio della vostra stanza con le sue impronte di desolazione, l’oscurità che cala sulla casa, una copia di Open di Agassi sul comò, lo streaming che non carica, con i Baustelle in sottofondo diventano dolci. Ed è una dolcezza sincera che non rivolge mai occhiate allibite agli epicurei del mondo nuovo, «etero e gay / giovani rapper / occultisti e dj», come dice una canzone, ma ne piange l’inevitabilità, al punto di accettarla. È una dolcezza dal timbro antico, che dalle grida di dolore di Leopardi si stempera in quelle meno disilluse di Amy Winehouse. È la stessa dolcezza dell’hashish che, stando a Baudelaire, ci mostra tutti gli altri uomini, anche i più spregevoli, per gli esseri misericordiosi che sono.
Provate poi ad ascoltare L’amore e la violenza nel sole, e allora vi metterà allegria, anche se sarà un’allegria strana, diciamo equilibrata. Provate ad ascoltarlo pensando a una persona scomparsa, e in un certo modo la sentirete vicina. Sono osservazioni stupide le mie, me ne rendo conto, ma credo siano queste le caratteristiche che fanno di un album un grande album. Ascoltandolo ho riconosciuto un linguaggio preciso che dai Pink Floyd a Luigi Tenco, dai film di Xavier Dolan ai romanzi di Miriam Toews è il linguaggio più autentico della contemporaneità. La rabbia, l’oscuro, il nero, la morte che bussa alla porta, la vita come malattia mortale eppure oramai come scherzo infinito, come «mistero del colore delle cose», come l’ultima grande uccisa della storia dei miti umani, patinata, fasulla eppure bellissima, la vita come la cosa più fragile del mondo.
A un certo punto della Storia muore Dio, poi muore anche la vita. Oggi restano gli uomini, ma non si capisce bene dove restino. I Baustelle sanno raccontare questo dove, che è una zona di guerra, o meglio sanno raccontarne la terrifica assenza, l’assenza delle trincee dalle quali dovremmo combattere. Ma poi ti dicono: canta, leggi, studia, guarda che si possono ancora fare cose belle, guarda che se una certa luce di un’insegna illumina una certa strada in un certo modo, questo va raccontato perché significa qualcosa - molto spesso qualcosa di violento. «Che fesseria la guerra / quando finirà davvero / ce ne andremo in Inghilterra! a far l’amore senza paura / io e te» dice una delle canzoni più belle dell’album.
Che ci racconti dei profughi siriani, dei turisti giapponesi al Giubileo o della venerazione per Amanda Lear, L’amore e la violenza è un ordito di storie à la Charles Simic con al centro questa ricerca costante della pietas, della mano protesa verso il prossimo. Il che non significa che i Baustelle siano dei bravi ragazzi, tutt’altro, ma che tutta la loro cattiveria abbia un senso sì. E questo senso è preciso, arriva come una secchiata d’acqua fresca: anche perché riesce a emergere come la chela scarlatta di un gigantesco granchio da una paella di citazioni #metamusicali, #metaletterarie e #metaqualsiasicosa, come oggi si tende a fare; tuttavia mai esibite, nascoste, inattese, in dodici pezzi che restano inverosimilmente impressi al primo ascolto, scritti con la tenue brutalità di certi #haiku o dei #frizzi di #Snoopy.
La contemporaneità, lo sappiamo, non è mai una condizione attuale, è sempre sfuggente. Ha sempre del ridicolo pensare che la grande scena del mondo sia costituita da chi in quel momento la occupa. Tra i più grandi artisti della storia, di solito chi è riuscito a decodificare i segni dell’aria che tirava quando era giovane non ha potuto che consegnarcene un resoconto in pari misura tragico e ansioso. La storia del rock è la storia di questa ansia tragica, di queste continue fulminazioni da scossa elettrica. Il problema è che la nostra contemporaneità è forse la più sfuggente di tutte, e ciascuno di noi si sente come il trapezista che ha lasciato il primo gancio ma deve ancora afferrare il secondo. Bisogna essere davvero bravi per raccontare il tragico di questa situazione sospesa, ma soprattutto bisogna essere bravi a sgravarlo, a riderci su, a spiegare che è inutile «stare male per qualcosa che non è»; altrimenti non c’è più nessuno disposto ad ascoltarti.
Bisogna insomma essere bravi a raccontare la violenza senza essere violenti, senza cioè vietare niente, ma con gli occhi trasognati degli abitanti dei bassifondi, delle periferie, delle camerette, con gli occhi domenicali di un amarcord perenne. Bisogna compiere una discesa, con sguardo tutt’altro che idiota, nell’idiozia dei nostri anni. E questa, che è una cosa difficilissima, per ora in Italia riescono a farla solo loro, i #Baustelle. Senza mai, mai scivolare nella satira, né abbandonarsi al mélo.
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